La letteratura condominiale è in pericolo di estinzione? No, il Km 25 colpisce ancora!

La letteratura condominiale non può morire di fronte allo spessore politico di bassa lega rappresentato dai nostri politici (la lega non centra ovviamente in questa manipolazione da sottoscala). Se c’è qualcosa di serio nel racconto premiato con una inclusione antologica, dal titolo la recensione? Certo, la volontà da parte dell’ autore di ridurre a brandelli Nocera Ombrosa mettendone in luce i suoi aspetti più grotteschi e populisti, pardon meglio usare l’espressione riduzionisti, tanto lo si sa questa city è solo una invenzione immaginaria dell’ autore e non potrebbe esistere nel mondo reale (ah, ah!).

La RECENSIONE , racconto umoristico vincolato dall’ opera della Kahlo il mio vestito è appeso là! Concorso Pennelli e Parole

Inclusione antologica Date: 2019-08-21

Categoria satira

SVOLGIMENTO:

 

A una prima occhiata superficiale sembra proprio che il quadro dell’artista Frida Kahlo “il mio vestito è appeso là”, sia stato deturpato dalla compagnia teatrale la Ghianda per proporre un dramma teatrale a metà tra post modernismo e musical di sperimentazione in cui tutto sembra trascendere, dalla recitazione di bassa lega dei protagonisti, fino a proseguire ai materiali scadenti usati per le suggestioni ambientali, nell’orribile e nel trash più volgare e più vuoto di contenuti. Ma è così che va letta un opera d’arte ed è così che dobbiamo restare focalizzati condannando all’insufficienza le mire velleitarie artistiche della Ghianda? A pensarci bene nessun opera è come appare, anche nell’opera originaria la Kahlo riserva una critica aspra al capitalismo occidentale e alla società americana attraverso la sua variegata composizione con la tecnica del collage tanto che tutti gli elementi della composizione formano volutamente un caos informe disordinato e sconnesso in cui lo spettatore viene preso per i capelli e disorientato; e a ben pensarci anche la centralità del tradizionale vestito proveniente da Tehuantepec che la Kahlo indossava frequentemente diventa allegoria di una società che genera esplosioni conflittuali nelle aspirazioni degli individui, quindi, a conti fatti, siamo sicuri che il produttore Nando Anando abbia davvero fatto un gigantesco flop nel tentativo di dimostrare animando questo vestito inanimato in una persona viva che lotta per sopravvivere ed emergere, che le spinte ascensionali verso la libertà passano anche attraverso reazioni scomposte? Ebbene la disarmonia che regna sul palco è in questo senso solo espressione veritiera e trasparente di elementi dissonanti presenti nel quadro che incitano alla ribellione, quindi, dobbiamo rivedere il nostro pensiero critico e annullare quella sgradevole sensazione iniziale che ci vede attribuire l’insufficienza a tutta l’opera. Se la recitazione diventa espressione specchio di una volontà frantumatrice e disgregante che intende dimostrare nel quadro, come sul palcoscenico, la fallacia della società moderna, allora anche Nando Anando può dormire sonni tranquilli e riproporre il suo disgustoso pamphlet nei teatri di tutto il mondo; sulla delicata questione di come possa nascere un’opera d’arte così complessa e articolata per non dire stonata, dobbiamo rimetterci al parere del suo autore, che ha avuto la sfrontatezza di investire soldoni per dare vita alla non vita, rischiando figuracce oscene in prima persona – recensione a cura di Fernando Vargas, valente critico letterario, sul quotidiano la “braciola” di Nocera Ombrosa.

Al teatro i Guastatori, dal nome di un antico corpo militare che si era distinto contro i regimi autoritari durante la seconda guerra mondiale, tirava aria di tempesta. A meno di otto ore dalla prima lo scenario per il musical non era ancora stato allestito e l’impresario di origine romana che aveva finanziato l’operazione culturale a Nocera Ombrosa era schizzatissimo, perché la ditta che doveva mettere in piede la location a sfondo fisso era rimasta bloccata sulla E45 per un ingorgo stradale.

-A testa de cazzzoooo ma andò lo metti quel marchingegno?! Quello deve sta al centro per l’attrice che deve dare vita agli oggetti inanimati! E voi laggiù, a stronzi! Le paratie color terra di siena bruciata come le vostre capocce vanno messe sullo sfondo per creare una sensazione claustrofobica nello spettatore! A disgraziati sull’ala destra, ma che mingia e mingia me state a mette i fiori per edulcorà sta gran coppola di scena, questo è un dramma a fosche tinte, non è una passeggiata idilliaca per gente che cerca l’amore della vita!-.

Non c’era verso di calmarlo, ma c’era da capirlo, il piccoletto investendo la modica cifra di 5000 euro per valorizzare sconosciuti attori di strada si era ingegnato a ricoprire i ruoli critici che tutto una sfarzosa produzione come quella proposta rivendicava, e così era anche capo sceneggiatore, capo del personale, gestore delle scenografie, organizzatore di eventi e addetto ai comunicati stampa, quello che non si farebbe per risparmiare e del resto gli attori coinvolti erano tre, lui-lei e l’amante tutti a lavorare gratis dietro la promessa di un cospicuo contratto una volta affermata la validità di quell’innovativo lavoro teatrale post moderno basato su una libera interpretazione di un quadro di Frida Kahlo dal titolo “il mio vestito è appeso là”. All’impresario del quadro non gliene fregava nulla, ma l’attrice principale recuperata al km 25 mentre esercitava il mestiere più antico del mondo, che aveva anche una laurea in drammaturgia acquisita a Bucarest tanti anni prima quando ancora non aveva scoperto la vocazione per le scienze infermieristiche, lo aveva infervorato tra una sveltina e l’altra su tutto il progetto ed era riuscita anche a strappare il ruolo di protagonista principale a una studentessa che faceva volontariato in un canile, usando chissà quali criptiche argomentazioni. L’impresario continuava a essere una furia ma quando qualche inserviente gli si avvicinò, facendogli notare che a poche ore la Ionescu non era rintracciabile in nessun modo, quando doveva ancora provare il marchingegno che trasformava in un trucco di prestidigitazione il supporto ligneo verticale che mostrava il vestito come nel quadro nella Kahlo, in una donna tridimensionale animata di vita propria con tanto di curve 3D, Nando, così si chiamava l’imprenditore, tirò giù uno scroscio di “madonnoni” tale da far rabbrividire tutti quelli che organizzavano pellegrinaggi a Medjugorje per la modica cifra di 30 euro a notte all’hotel “dio-ti-guarisce-se-paghi-le-indulgenze”.

-Dove é finita sta stronza? Qualcuno la vada a cercare! Non vi devo ricordare che se falliamo la prima stasera per noi ci sarà solo sterco di cammello a pranzo condito da sterco di dromedario la sera a cena! Muovete il culo! Presto portatela nella cassa e vediamo se il trucco cinematografico che trasforma l’abito in una persona funziona come in uno spettacolo di Brachetti!-.

La Ionesco era dentro a un’altra cassa nel camerino, la panca del letto, dove per esercitarsi realisticamente nel metodo Stanislavskij stava simulando una trombata sul serio con il terzo attore, un libico taroccato arrivato sui barconi, visto che poi la sceneggiatura contemplava scene di amore vero tra gli amanti sul palcoscenico, era meglio portarsi avanti con i lavori, ruolo egregio svolto dal protagonista senza permesso di soggiorno che alla velocità della luce ultimò la sua prestazione in maniera però fallimentare.

-Aho a coso! Ti abbiamo preso perché avevi detto che ci sapevi fare, mentre qui se vede proprio che stai senza esperienza. O devo chiamare l’accademia della crusca per stimolarti performances petulose?-.

Abdul si rivestì e se ne andò mortificato, del resto la sua presenza sul palcoscenico prevedeva una durata complessiva nell’arco delle due ore non superiore ai 5 minuti. Comunque la Ionescu adesso si sentiva pronta per affrontare il suo esordio di fronte ai critici internazionali di Nocera Ombrosa, gente che la Turandot di Puccini “glie spicciava casa”, figurarsi l’opera inedita “il mio vestito è appeso là”.