Buio, racconti del terrore a cura di Donatella Ziliotto, istruzioni per l’uso

Il grande buio diversificato che si manifesta nelle sue mille forme: incubi, sciagure imminenti, camere stregate, il tradimento dei sensi, lo scetticismo per il sovrannaturale e chi più ne ha più ne metta di temi. In queste tenebre dilaganti il primo racconto che troviamo nell’ antologia di racconti è quello di HG Wells, la camera rossa, dove un ragazzo di 28 anni dichiara candidamente in una strana stanza di albergo popolata da una coppia di stravaganti interlocutori fuoriusciti da una epoca antica e perduta. L’uomo dal braccio rattrappito (tecnicamente la reiterazione nella prosa funziona!) ne inoltra di warning ma il giovane non vuole sentire, vuole sperimentare in questo hotel l’ebrezza della stanza rossa, the red room e superare la prova con una rivoltella in tasca, anche se nella location sono morte diversi personaggi storici e la stanza ha fama di essere letale. Riuscirà a sopravvivere il ragazzo alle insidie del Lorraine Castle? E i vecchi protetari tra cui il vecchio dal braccio rattrappito, rappresentano una parte attiva in queste terrificanti leggende o c’è solo da temere qualcosa dalle candele che si spengono sotto gli spifferi misteriosi di una tenebra che sembra animata sinistramente da qualcosa di intelligente? Il racconto dopo una superficiale lettura sembra infarcito dalla volontà di sovraccaricare il lettore con argomentazioni sinistre con inevitabile eccesso di aggettivi tematici, ma quando si scopre dopo che è stato scritto nel 1894, anche se la pubblicazione ufficiale è successiva, il critico condominiale intuisce che qualcosa di sostanza la troviamo in quella surreale red room: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Red_Room_(short_story) . Siamo nel pieno dell’ epoca romantica e anche in un periodo storico erano di casa. Finale a lieto fine con gli anziani custodi che salvano lo sventurato che durante la notte preso dal panico dalle candele che si spegnevano aveva preso da solo a sbattere contro i mobili e l’oscurità dilagante rischiando la pellaccia. Rimane il dubbio che sia stata una sovraeccitazione dei sensi ipnotizzati dal silenzio e dalla solitudine e dalle suggestioni rossastre del caminetto a provocare tutto ma il punto di vista dei custodi rimane inamovibile: qualche antica invisibile presenza vive in quell’ oscuro anfratto! Come ha detto qualcuno di influente (King) il racconto dell’ orrore è una sorta di prova generale con la nostra fine terrena con cui prima o poi dobbiamo fare i conti: e quindi anche il valore didattico di questo genere letterario si innalza automaticamente verso una affermazione delle cose vive. Dopo le tenebre ecco comparire il tema del maleficio con il racconto il braccio avvizzito di Thomas Hardly. Prendendo come immagine di background le vite pastorali nella campagna inglese con umile persone che sognano una vita migliore, ecco che in questo lavoro irrompe l’imprevedibile caso a sconvolgere il desiderio di controllo degli umani, che si scoprono impotenti di fronte a calamità superiori non calcolate. E così una giovane sposa si contrappone a una vecchia rivale mentre il ricco possidente aspira a consegnare i suoi beni a un figlio ereditario che però ha un triste destino, viene accusato seppure innocente di aver appiccato un incendio e condannato a morte. Nel bel mezzo di queste traversie un braccio della giovane sposina ci rimette la salute dopo un sogno caotico della rivale che seppure animata da una cattivaria iniziale scopre nell’ avversario un alto grado di bontà da salvaguardare. Ma questo non la salva dai sensi di colpa per aver causato il maleficio onirico poi diventato reale, che si può risolvere solo mettendo a contatto il braccio con un cadavere di un condannato a morte appena eseguito, cosa che viene fatta, ma nel bel mezzo di un burrascoso colpo di scena finale, quello che mostra la caduta delle maschere tra tutti i componenti della tragedia. La giovane sposina non regge al voltaggio del giovane sangue, mentre gli altri due componenti della vecchia famiglia cadono in dissoluzione e loro vite scivolano nel declino di un crocevia di rimpianti. Più che il racconto prolisso, noioso e dal terrore didascalico (occorre tenere presente che siamo a fine ‘800), che sembra girare a ruota libera sul sentimento dell’ odio, sembra interessante il nome dell’ autore, Thomas Hurdly: https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Hardy . Nella premonizione di Dickens, https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Dickens , un ferroviere disagiato che di mestiere fa il segnalatore in una gola isolata e profonda, ha una serie di visioni in cui qualcuno lo ammonisce con certe modalità e con certe parole a proposito di un pericolo imminente che genera angoscia profonda. Il racconto è utile per capire come si scriveva dell’ orrore nella seconda metà dell’ ottocento, ossia al contrario del minimalismo carveriano: prosa densa e prolissa, ricca di cose inutili secondo il punto di vista della letteratura novecentesca che sfronda, taglia e riduce all’ osso, una maniacalità di sensazioni che vengono vissute e riportate come una medicina salvifica: fremiti, timori, paure si addensano in gesti di avvertimento che non vengono ben interpretati: così il segnalatore non coglie che il messaggio delle premonizioni precedenti erano rivolte a lui e alla sua imminente dipartita. Dopo il tema della precognizione ecco un contributo di Ambrose Bierce sul tema dell’ alterazione dei sensi, con un’ ultima frase finale veloce e incisiva che chiarisce tutto. Un bambino, figlio di un misero piantatore (ndr, nel testo) si avventura lontano da casa con la sua spada di legno impugnata arditamente , vivendo mille invisibili immaginari avversari, in fuga lungo un torrente. Il piccolo ardendo di antiche vittorie inscritte nei suoi geni, si getta allo sbaraglio contro mille nemici, sbaragliandoli tutti ma anzichè tornare indietro, al sicuro della casa di campagna, si addormenta stanco dopo essersi perso nella foresta, ma quando si risveglia qualcosa di inaspettato lo avvolge. Di nuovo spinto all’ azione da antichi istinti di guerriero ecco scorgere una coltra di moderni zombie che altro non sono che una coltre di sfiniti soldati che hanno perso nello sforzo della battaglia la posizione eretta…sembrano orsi ma non lo sono perchè strisciano per terra a brandelli, con i volti a forma di teschi scavati dalle granate e riversano il loro sangue nel torrente mentre lui coraggioso si erge alla testa di quell’ esercito bucando una nebbia rovente per giungere di fronte a delle abitazioni in fiamme. La sua casa! Viene colto da sgomento: trova sua madre morta. Un urlo ancestrale disarticolato sale alto nella notte e la frase finale di Bierce chiude il cerchio: il bambino era sordomuto. Questo racconto ha un fascino visionario irresistibile, l’autore è una colonna del mistero: https://it.wikipedia.org/wiki/Ambrose_Bierce , il lettore esce ed entra nella realtà, non capisce dove si trova, viene sradicato, è disorientato: ma quello che Bierce fa non è altro che raccontare le atrocità della guerra con effetti splatter degni del miglior film dell’ orrore contemporaneo. Inquietante, crudele, doloroso: un racconto che picchia e stordisce. E quella crociera dove ci si perde per una pipa in acqua e si trasforma in un incubo per Rainsford, famoso cacciatore a livello interplanetario? Siamo nel tema dell’ inseguimento e della vittima che diventa carnefice così la progressiva rivelazione che l’isola in cui approda è una trappola mortale, squote l’istinto di sopravvivenza di Rainsford che deve cimentarsi in un fuga con il proprietario del castello Zaroff, anche egli noto cacciatore, per salvare la pellaccia. Gli animali infatti non danno più soddisfazione al generale, in quanto prevedibile e noiosa…ma l’uomo è un’ altra cosa! E’ pieno di risorse, imprevedibile, pericoloso e Rainsford nella sua vendetta finale lo dimostra! L’autore del racconto è Richard Connell, personcina davvero interessante, https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Connell, che naviga tra ottocento e novecento. Sul tema del diavolo per avversario ci ritroviamo da soli con l’arciere di Fritz Leiber dove sorpresa delle sorprese, abbiamo a che fare anche con gli scacchi nella loro versione più visionaria. Leiber è un killer delle vittorie in prestigiosi competizioni letterarie, https://it.wikipedia.org/wiki/Fritz_Leiber ! Con l’arciere di Leiber il titolo dell’ antologia si giustifica in pieno, perchè il racconto che è un omaggio al sommo PHL è quanto di più sconnesso, visionario, delirante che si possa forgiare in natura. Ovviamente ne esce gabbata ancora una volta la stravagante corporazione degli scacchisti, ma che importo, quando gli incubi di Moreland non fanno altro che esaltare il microcosmo nel macrocosmo rappresentato dal gioco degli scacchi?! I solipsismi onirici del protagonista non sono raccontabili, sono piuttosto qualcosa che vive sottopelle una inquietudine che scivola subdola sotto l’epidermide creando una agitazione torcigliosa, tanto per riprendere un termini che terrorizza il protagonista amico di Moreland che narra la storia e che ha avuto la sventura di angolizzarlo di notte mentre sognava e sfornava frasi malate. Insomma Leiber sembra quasi superare il maestro in questo racconto dell’ orrore cosmico che attacca il lettore di malattie malsane e stridenti. E passiamo alla dinamica del delitto con M R James, https://it.wikipedia.org/wiki/M._R._James , autore che vivendo a cavallo tra ‘800 e ‘900 eredita tutta la moda letteraria degli ectoplasmi che irrompono nel mondo reale. Qui il racconto in esame si intitola la Mezzatinta e il tutto fa veramente paura, paura sul sel serio. Mentre nel racconto precedente si sprofonda in una insana pazzia, ma si ha la netta percezione di avere a che fare con mondi inoffensivi nella loro allucinata presenza, qui un brivido percorre la schiena perchè la stampa protagonista del racconto che riproduce una sorta di castello come facciata ha una mutevole rappresentazione dinamica e vengono avvertite misteriose presenze che compiono atti disdicevoli. Leggendo si ha la sensazione di avvertire minacce impalpabili alle spalle tramite la forza di suggestione proposta dalla mezzatinta, ma è un qualcosa che va vissuto e che non si può raccontare. Il finale stempera però la dinamicità della stampa che mostra una presenza che si muove per compiere un delitto a intervalli successivi, con gli osservatori increduli costretti a prendere nota dell’ assurdo con osservazioni scropolose scritte e firmate per contemplase la bontà di un fenomeno che è inspiegabile. Non poteva mancare la spiegazione del mistero della dimora, che viene rintracciata e scandagliata nella sua lugubre eredità, con il riscontro di un delitto che è stato davvero commesso in un neanche lontano passato. Che dire di questa antologia? Superba e stigmatizzante! Densa e terrificante! Sintetizzante dell’ orrore del mondo.

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